Cerca di essere Uomo prima di essere gente - Claudio Santori Personal WebSite
GIOVANNI PASCOLI
ARNO
Al campo, dove roggio nel filare
qualche pampano brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattinal fumare,
arano: a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra paziente;
ché il passero saputo in cor già gode,
e il tutto spia dai rami irti del moro;
e il pettirosso: nelle siepi s’ode
il suo sottil tintinno come d’oro.
SERA D’OTTOBRE
Lungo la strada su la siepe
ridere a mazzi le vermiglie bacche:
nei campi aratri tornano al presepe
tarde le vacche.
Vien per la strada un povero che il lento
passo tra foglie stridule trascina:
nei campi intuona una fanciulla al vento:
Fiore di spina!
LAVANDARE
Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggiero.
E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene.
Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’arato in mezzo alla maggese
NOVEMBRE
Gemmea l’aria, il sole così chiaro,
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro,
senti nel cuore…
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante,
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto è il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle venate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti
L’ASSIUOLO
Dov’era la luna? Ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù…
Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù…
Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento;
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte…
chiù…
X AGOSTO
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
SUOR VIRGINIA
I DUE FANCIULLI
I
Era il tramonto: ai garruli trastulli
erano intenti, nella pace dell’oro
dell’ombroso viale, i due fanciulli.
Nel gioco, serio al pari d’un lavoro,
corsero a un tratto, con stupor dei tigli,
tra lor parole grandi più di loro.
A sé videro nuovi occhi, cipigli
non più veduti, e l’uno e l’altro, esangue,
ne’ tenui diti si trovò gli artigli,
e in cuore un’acre bramosia di sangue;
e lo videro fuori, essi, i fratelli,
l’uno dell’altro per il volto, il sangue!
Ma tu, pallida (oh! i tuoi cari capelli
strappati e pésti!), o madre pia, venivi
su loro, e li staccavi, i lioncelli,
ed "A letto" intimasti "ora, cattivi!"
II
A letto, il buio, li fasciò, gremito
d’ombre più dense; vaghe ombre, che pare
che d’ogni angolo al labbro alzino il dito.
Via via fece più grosso onde e più rare
il loro singhiozzo, per non so che nero
che nel silenzio si sentia passare.
L’uno si volse, e l’altro ancor, leggiero:
nel buio udì l’un cuore, non lontano
il calpestio dell’altro passeggero.
Dopo breve ora, tacita, pian piano,
venne la madre, ed esplorò col lume
velato un poco dalla rosea mano.
Guardò sospesa; e i buoni oltre il costume
dormir li vide, l’uno all’altro stretto
con le sue bianche aluccie senza piume;
e rincalzò, con un sorriso, il letto.
III
Uomini, nella truce ora dei lupi,
pensate all’ombra del destino ignoto
che ne circonda, e a’ silenzi cupi
che regnano oltre il breve suon del moto
vostro e il fragore della vostra guerra,
ronzio d’un’ape dentro il bugno vuoto.
Uomini, pace! Nella prona terra
troppo è il mistero; e solo chi procaccia
d’aver fratelli in suo timor, non erra.
Pace, fratelli! E fate che le braccia
ch’ora o poi tenderete ai più vicini,
non sappiano la lotta e la minaccia
E buoni veda voi dormir nei lini
placidi e bianchi, quando non intesa,
quando non vista, sopra voi si chini
la Morte con la sua lampada accesa.
IL BOLIDE
Tutto annerò. Brillava, in alto,
il cielo azzurro. In via con me non c’eri,
in lontananza, se non tu, Rio Salto.
Io non t’udiva: udivo i cantonieri
tuoi, le rane, gridar rauche l’arrivo
d’acqua, sempre acqua, a maceri e poderi.
Ricordavo. A’ miei venti anni, mal vivo,
pensai tramata anche per me la morte
nel sangue. E, solo, a notte lata, venivo
per questa via, dove tra l’ombre smorte
era il nemico, forse. Io lento lento
passava, e il cuore dentro battea forte.
Ma colui non vedrebbe il mio spavento,
sebben tremassi all’improvviso svolo
d’una lucciola, a un sibilo di vento:
lento lento passavo: e il cuore a volo
andava avanti. E che dunque? Uno schianto;
e su la strada rantolerei, solo…
no, non solo! Lì presso è il camposanto,
con la sua fioca lampada di vita.
Accorrerebbe la mia madre in pianto.
Mi sfiorerebbe appena con le dita:
le sue lagrime, come una rugiada
nell’ombra, sentirei su la ferita.
Verranno gli altri, e me di su la strada
porteranno con loro esuli gridi
a medicare nella lor contrada,
così soave! dove tu sorridi
eternamente sopra il tuo giaciglio
fatto di muschi e d’erbe, come i nidi!
Mente pensavo, e già sentìa, sul ciglio
del fosso nella siepe, oltre un filare
di viti, dietro un grande olmo, un bisbiglio
truce, un lampo, uno scoppio…ecco scoppiare
e brillare, cadere, esser caduto,
dall’infinito tremolìo stellare,
un globo d’oro, che si tuffò muto
nelle campagne, come in nebbie vane,
vano; ed illuminò nel suo minuto
siepi, solchi, capanne, e le fiumane
erranti al buio, e gruppi di foreste,
e bianchi ammassi di città lontane.
Gridai, rapito sopra me: Vedeste?
Ma non v’era che il cielo alto e sereno
Non ombra d’uomo, non rumor di péste.
Cielo, e non altro: il cupo cielo, pieno
di grandi stelle; il cielo, in cui sommerso
mi parve quanto mi parea terreno.
E la terra sentii nell’Universo.
Sentii, fremendo, ch’è del ciel anch’ella.
E mi vidi quaggiù piccolo e sperso
errare, tra le stelle, in una stella.
NEBBIA
Nascondi le cose lontane
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l’alba,
da’ lampi notturni e da’ crolli
d’aeree frane!
Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch’è morto!
Ch’io veda soltanto la siepe
dell’orto,
la mura ch’ha piene le crepe
di valeriane.
Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch’io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che dànno i soavi lor mieli
pel nero mio pane
Nascondi le cose lontane
che vogliono ch’ami e che vada!
Ch’io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane…
Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch’io veda, il cipresso
là, solo,
qui, solo quest’orto, cui presso
sonnecchia il mio cane
IL GELSOMINO NOTTURNO
E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso a’ miei cari.
Sono apparse in mezzo a’ viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
LA TESSITRICE
CASA MIA
Mia madre era al cancello.
Che pianto fu! Quante ore!
Lì, sotto il verde ombrello
della mimosa in fiore!
M’era la casa avanti
tacita al vespro puro,
tutta fiorita al muro
di rose rampicanti.
Ella non anche sazia
di lagrime, parlò:
"Sai, dopo la disgrazia,
ci ristringemmo un po’…"
Una lieve ombra d’ale
annunziò la notte
lungo le bergamotte
e i cedri del viale.
"Ci ristringemmo un poco,
con le tue bombe; e fanno…"
Era il suo dire fioco
fioco, con qualche affanno.
S’udivano sussurri
cupi di macroglosse
su le peonie rosse
e sui giaggioli azzurri.
"Fanno per casa (io siedo)
le tue sorelle tutto.
Quando così le vedo,
col grembiul bianco, in lutto…"
Io vidi allora la mia
vita passar soave,
tra le sorelle brave,
presso la madre pia.
Dissi: "Oh! Restare io voglio!
Vidi nel mio cammino
al sangue del trifoglio
presso il celeste lini.
Qui sperderò le oscure
nubi e la mia tempesta,
presso la madre mesta,
tra le sorelle pure!
Lavorerò di lena
tutto il gran giorno; e sento
ch’alla tua parca cena
m’assiderò contento,
quando dal mio lavoro la tua lieve mano
od il vocio lontano
mi chiamerà, di loro.
E sarò lieto e ricco
io delle mie fatiche,
quando ogni tenue chicco
germinerà tre spiche.
E comprerò leggiadre
vesti alle mie fanciulle,
e l’abito di tulle
alla lor dolce madre".
Così dicevo: in tanto
ella piangeva più forte,
e gocciolava il pianto
per le sue guance smorte.
S’udivano sussurri
cupi di macroglosse
su le peonie rosse
e sui giaggioli azzurri.
"Oh! tu lavorerai
dove son io? Ma dove son io, figliuolo, sai,
ci nevica e ci piove!"
Una lieve ombra d’ale
annunziò la notte
lungo le bergamotte
e i cedri del viale
"Oh! dolce qui sarebbe
vivere? oh! qui c’è bello?
Altri qui nacque e crebbe!
Io sto, vedi, al cancello".
M’era la casa avanti,
tacita al vespro puro,
tutta fiorita al muro
di rose rampicanti.
I POEMI CONVIVIALI
SOLON
CALYPSO